Skip to content

Percezione di sicurezza: come è cambiata in 10 anni

G4 percezione di sicurezza

C’è un paradosso che chi studia le società contemporanee conosce bene: la realtà statistica dei reati e la percezione soggettiva di insicurezza non camminano insieme. Anzi, spesso si muovono in direzioni opposte. In Italia, nell’ultimo decennio, questo scarto si è fatto sempre più ampio, più visibile e — per molti versi — più inquietante del dato criminologico in sé.

Capire come è cambiata la percezione di sicurezza degli italiani tra il 2015 e il 2025 non significa soltanto leggere sondaggi e statistiche. Significa interrogarsi su come funziona la costruzione sociale della paura, su quali variabili — economiche, mediatiche, demografiche — la alimentano o la attenuano, e su quali conseguenze concrete produce nella vita quotidiana delle persone.


Il punto di partenza: l’Italia del 2015

Per capire il cambiamento, bisogna partire da dove eravamo. Nel 2015-2016, l’indagine ISTAT sulla sicurezza dei cittadini registrava che il 33,9% degli italiani riteneva di vivere in una zona a rischio di criminalità — il 5,1% la giudicava “molto a rischio”, il 28,8% “abbastanza a rischio”. La criminalità incideva sulle abitudini di vita del 38,2% della popolazione. Il 28% delle persone cercava di evitare, di sera, situazioni o luoghi percepiti come pericolosi; il 23% preferiva direttamente non uscire.

Erano numeri già significativi. Ma erano anche il prodotto di un ciclo storico preciso: anni di crisi economica, disuguaglianze crescenti, flussi migratori diventati tema politico dominante. La percezione di insicurezza non nasceva dal nulla: nasceva da un contesto sociale in trasformazione rapida e in parte spaventosa.


Il decennio di mezzo: dati in miglioramento, paure in crescita

Tra il 2016 e il 2022, qualcosa di apparentemente contraddittorio accade. I dati oggettivi sui reati mostrano un miglioramento in molti ambiti. Le statistiche sulla percezione soggettiva registrano anch’esse un parziale miglioramento. Eppure il senso diffuso di insicurezza non smette di crescere nella narrazione pubblica.

L’indagine ISTAT sulla percezione della sicurezza 2022-2023 — condotta su un campione di 29.317 individui di 14 anni e più — fotografa un quadro in apparente miglioramento rispetto al 2015-2016:

  • Il 76% della popolazione si dichiara molto o abbastanza sicuro camminando al buio nella propria zona, con una crescita di 15,4 punti percentuali rispetto all’indagine precedente.

  • La quota di chi ritiene di vivere in una zona a rischio di criminalità scende al 20,3%, dal 33,9% del 2015-2016.

  • Chi preferisce non uscire per paura scende dal 23% al 12,6%.

  • La criminalità incide sulle abitudini di vita del 24% della popolazione, dimezzata rispetto al 48,5% del 2008-2009.

Sembrerebbe una storia di successo. Ma sarebbe una lettura incompleta.


La frattura: percezione soggettiva vs. dato statistico

Il vero cambiamento del decennio non sta tanto nei numeri di ISTAT, quanto nella distanza crescente tra quei numeri e ciò che gli italiani dichiarano di sentire.

Il Rapporto UNIV-Censis “La sicurezza fuori casa” (2025) — la ricerca più ampia mai condotta in Italia sul tema della sicurezza percepita — restituisce un quadro radicalmente diverso da quello ISTAT:

  • Il 75,8% degli italiani afferma che negli ultimi cinque anni girare per strada è diventato più pericoloso.

  • Il 70,4% dichiara che nell’ultimo anno la criminalità è aumentata.

  • Il 67,4% si sente meno sicuro quando esce rispetto agli anni precedenti.

  • Il 38,1% ha rinunciato almeno una volta a uscire per paura — dato che sale al 52,1% tra i giovani.

  • Il 57,2% ha paura quando torna a casa di sera o di notte.

Come si concilia questo con i dati ISTAT? La risposta è nella natura stessa della percezione: non è uno specchio della realtà, è una costruzione sociale. E come tale, è influenzata da variabili che vanno ben oltre il tasso di criminalità del proprio quartiere.


I fattori che hanno trasformato la percezione

1. Il ruolo dei media e dei social network

Negli ultimi dieci anni, la digitalizzazione dell’informazione ha trasformato profondamente il modo in cui gli italiani percepiscono la criminalità. Prima, un episodio violento accaduto a Palermo restava, nella percezione di un residente di Bergamo, un fatto distante. Oggi, lo stesso episodio viene amplificato, commentato, condiviso migliaia di volte nelle ore successive. La criminalità è diventata immediatamente visibile su scala nazionale.

Secondo i dati AGCOM sulla percezione e disinformazione, l’esposizione prolungata a contenuti che enfatizzano episodi di violenza e degrado — indipendentemente dalla loro frequenza statistica — produce un effetto di amplificazione della paura che non è proporzionale alla realtà del rischio. Un meccanismo ben noto in sociologia come mean world syndrome: più si consuma informazione su crimini e violenza, più si tende a percepire il mondo come pericoloso.

2. La pandemia e il trauma collettivo

Il Covid-19 non ha solo cambiato le abitudini quotidiane: ha lasciato una traccia profonda nel senso di vulnerabilità collettiva degli italiani. Il periodo 2020-2022 ha normalizzato la paura come stato psicologico di fondo, ha ridotto la socialità e ha aumentato la propensione alla chiusura difensiva. Il 59° Rapporto Censis 2025 parla esplicitamente di una nuova “panfobia” giovanile: il 74,6% dei 18-34enni dichiara che negli ultimi cinque anni girare per strada è diventato più pericoloso, il 67,1% ha paura quando torna a casa di notte.

3. Le disuguaglianze economiche come moltiplicatore di paura

La percezione di insicurezza non è distribuita uniformemente nella popolazione. È fortemente correlata alla condizione economica. Secondo il sondaggio Ipsos per Ristretti Orizzonti (2025), se dieci anni fa il 60% degli italiani si sentiva almeno in parte sicuro nella propria zona, oggi quel dato scende al 52%. Ma la frattura più significativa è quella economica: tra chi ha una condizione di disagio economico, il 63% ritiene che le condizioni di sicurezza siano peggiorate — contro il 40% di chi ha una condizione agiata.

Chi vive in quartieri degradati, chi non può permettersi sistemi di sicurezza privata, chi dipende dai trasporti pubblici nelle ore notturne: sono questi i profili che accumulano il maggior carico di insicurezza percepita, spesso con una base di esperienza diretta che non è irrazionale.

4. La micro-criminalità in crescita reale

Sarebbe sbagliato leggere tutta la percezione di insicurezza come un fenomeno puramente mediatico o psicologico. I dati del Rapporto UNIV-Censis 2025 mostrano che nel 2024 i reati denunciati in Italia hanno raggiunto quota 2.388.716, in crescita del 3,8% rispetto al 2019. A crescere non sono i reati gravi — gli omicidi restano su livelli storicamente bassi — ma la micro-criminalità: rapine in strada, scippi, borseggi, violenze sessuali, danneggiamenti. È questa la criminalità che le persone incontrano nella vita quotidiana, che cambia i comportamenti, che produce paura concreta.

Il 59° Rapporto Censis documenta che 3 residenti su 4 nelle grandi città (73,4%) sono stati almeno una volta vittime o testimoni di un evento pericoloso: il 40,2% ha assistito a uno scippo o borseggio, il 26,1% ne è stato direttamente vittima, il 10,3% è stato aggredito da uno sconosciuto.


Le differenze geografiche e demografiche

La percezione di insicurezza non è uniforme sul territorio italiano. I dati ISTAT 2022-2023 mostrano che la percezione di insicurezza è più elevata in Campania, Puglia e Lombardia, mentre le aree con i migliori indicatori sono Valle d’Aosta, Molise, Basilicata e le province autonome di Bolzano e Trento.

Sul piano demografico, le donne sono sistematicamente più esposte alla percezione di insicurezza: secondo il Rapporto UNIV-Censis, l’81,8% delle donne ritiene che girare per strada sia diventato più pericoloso (contro il 75,8% della media generale), il 74,2% si sente meno sicura quando esce. Quasi 3 donne su 10 dichiarano di essere state seguite almeno una volta da uno sconosciuto; 2 su 10 hanno subito uno scippo o un borseggio.


Il rapporto degli italiani con la sicurezza privata

Un effetto diretto di questa trasformazione nella percezione è il crescente ricorso a strumenti di sicurezza privata. Secondo il Censis, il 90,8% degli italiani dichiara che la sicurezza domestica è un elemento sempre più importante della propria vita, e l’84,9% ritiene che avere dispositivi di sicurezza in casa sia oggi indispensabile.

Parallelamente, il Rapporto UNIV-Censis documenta che il 65,1% degli italiani ritiene che lo Stato da solo non riesca a presidiare tutte le aree e i luoghi essenziali per la vita delle persone — e il 74,4% considera gli operatori della sicurezza privata “una presenza indispensabile per assicurare la sicurezza del territorio”. Un dato che dieci anni fa sarebbe stato impensabile: la sicurezza privata è diventata, nella percezione collettiva, un pilastro del sistema di sicurezza, non più un optional per pochi.


Il paradosso italiano: più sicuri oggettivamente, più spaventati soggettivamente

Il quadro che emerge da un decennio di dati è quello di un paradosso sociologico ben definito. Gli italiani sono, in molti indicatori oggettivi, più al sicuro di quanto fossero nel 2015: meno persone evitano di uscire di sera, meno persone si sentono a rischio nella propria zona, meno persone subiscono furti in abitazione. Eppure la percezione soggettiva di insicurezza è cresciuta, si è radicalizzata, ha cambiato comportamenti e orientamenti politici.

La spiegazione non è irrazionale. Sta nell’interazione tra tre fenomeni simultanei: la crescita della micro-criminalità urbana che produce esperienze dirette di vittimizzazione; l’amplificazione mediatica e social che rende ogni episodio immediatamente visibile su scala nazionale; e le disuguaglianze economiche che distribuiscono l’insicurezza in modo profondamente ineguale, concentrandola sulle fasce già più vulnerabili.

Una società che si sente sempre più insicura — indipendentemente da cosa dicano le statistiche — è una società che cambia. Cambia i propri comportamenti quotidiani, le proprie scelte di consumo, il proprio rapporto con lo spazio pubblico, il proprio voto. Capire questi meccanismi non è un esercizio accademico: è il presupposto per costruire politiche di sicurezza che affrontino il problema reale, non soltanto il problema percepito.


Conclusioni

In dieci anni, la percezione di sicurezza degli italiani è diventata più complessa, più frammentata e più politicamente rilevante. I dati statistici migliorano su molti fronti; il senso soggettivo di vulnerabilità cresce. La paura si concentra sulle fasce economicamente più deboli, sulle donne, sui giovani delle grandi città. E genera risposte concrete: più sicurezza privata, più dispositivi domestici, più rinunce alla vita sociale.

Non c’è una soluzione semplice a questa forbice. Ma c’è un punto fermo: ignorarla — liquidarla come irrazionale o strumentale — è il modo più sicuro per non capire l’Italia di oggi.

Torna su