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Quanto costa l’insicurezza alle imprese italiane

Nel 2025 l’illegalità ha sottratto 41 miliardi di euro alle imprese italiane del commercio e dei pubblici esercizi, mettendo a rischio 284.000 posti di lavoro regolari. È un dato che vale l’1,8% del PIL nazionale e che, per la prima volta, consente di trattare la sicurezza non come una voce di costo discrezionale, ma come una posta di conto economico misurabile. Questo articolo scompone quel numero, aggiunge i costi che nessun bilancio contabilizza e propone un metodo per costruire il budget di security 2027 su basi difendibili.

Settembre è il mese in cui le direzioni generali aprono il ciclo di pianificazione dell’esercizio successivo. È anche il momento in cui la voce “sicurezza” viene tipicamente trattata per differenza: si conferma la spesa dell’anno precedente, si applica una limatura percentuale, si passa oltre. Il motivo non è la disattenzione dei decisori, ma l’assenza di un termine di paragone: mentre ogni altra voce di costo ha un ritorno documentabile, la sicurezza è storicamente misurata su ciò che non è accaduto.

I dati pubblicati nel 2026 permettono di cambiare impostazione.

Il conto dell’illegalità: 41 miliardi di euro in un anno

La tredicesima edizione dell’indagine «Legalità ci piace!», realizzata da Format Research per Confcommercio e presentata il 13 maggio 2026, quantifica in 41 miliardi di euro il costo dell’illegalità sostenuto nel 2025 dalle imprese del commercio e dei pubblici esercizi, con 284.000 posti di lavoro regolari a rischio (Format Research, «Legalità ci piace!» 2026).

Il dato va letto in serie storica: nel 2024 lo stesso perimetro valeva 39,2 miliardi di euro e 276.000 posti di lavoro (Gazzetta di Reggio, 13 maggio 2026). L’incremento è del 4,6% in dodici mesi, superiore all’inflazione dello stesso periodo. Non si tratta quindi di una rivalutazione monetaria di un fenomeno stabile: il fenomeno cresce in termini reali.

La composizione del conto è il primo elemento che un direttore finanziario deve avere sotto gli occhi.

Voce di costo 2025 (miliardi di €) Quota sul totale
Abusivismo commerciale 10,5 25,6%
Abusivismo nella ristorazione 8,5 20,7%
Altri costi della criminalità (lesioni, assicurazioni, spese legali) 7,4 18,0%
Taccheggio 5,4 13,2%
Contraffazione 5,0 12,2%
Cyber criminalità 4,2 10,2%
Totale 41,0 100%

Fonte: Confcommercio–Format Research, «Legalità ci piace!» 2026, dati riferiti all’anno 2025.

La tabella contiene una distinzione operativa che va esplicitata. Abusivismo, contraffazione e concorrenza sleale sono fenomeni di mercato: erodono ricavi, ma non si prevengono con una misura di sicurezza fisica. Le tre voci restanti — taccheggio (5,4 miliardi), altri costi della criminalità (7,4 miliardi) e cyber criminalità (4,2 miliardi) — sommano invece 17 miliardi di euro e descrivono eventi che colpiscono direttamente il patrimonio, le persone e la continuità operativa dell’impresa. Sono, per definizione, la parte del conto su cui un piano di security incide.

Il taccheggio non è un fenomeno marginale

Il dettaglio sul taccheggio merita attenzione perché smentisce la percezione di un rischio episodico. Secondo la stessa indagine, il 62,3% delle imprese commerciali subisce episodi di taccheggio e il 19,8% li subisce con frequenza quotidiana o plurisettimanale. Il 31,6% dichiara un impatto significativo sui ricavi, mentre nell’88% dei casi la perdita si colloca entro il 2% del fatturato (Format Research, 2026).

Quest’ultimo dato è quello che più spesso viene letto male. Una perdita “entro il 2% del fatturato” appare tollerabile finché non la si confronta con il margine operativo netto del settore, che in larga parte del commercio al dettaglio si colloca su valori a una cifra. In quel rapporto, una differenza inventariale del 2% non è un’inefficienza: è una quota rilevante dell’utile dell’esercizio.

Il costo che non entra a bilancio

Il conto di Confcommercio è una stima aggregata di sistema. A livello di singola impresa, il costo reale di un evento di sicurezza è quasi sempre superiore al valore del bene sottratto o danneggiato, perché si compone di quattro strati, di cui solo il primo viene abitualmente contabilizzato.

1. Danno diretto. Il valore della merce, del contante o dell’asset sottratto, oltre al costo materiale del ripristino: serramenti, vetrine, recinzioni, apparati manomessi.

2. Costo di interruzione. Le ore o i giorni di fermo operativo che seguono l’evento. Per un punto vendita è la mancata vendita; per uno stabilimento è la produzione non realizzata e, nei casi peggiori, la penale contrattuale verso il cliente a valle. È la voce che nella grande maggioranza dei casi supera il danno diretto di un fattore compreso tra due e dieci, e quasi nessuna impresa la calcola.

3. Costo differito e amministrativo. Franchigie, revisione al rialzo dei premi assicurativi dopo il sinistro, spese legali, ore di personale interno assorbite dalla gestione dell’evento — denunce, perizie, rapporti, rapporti con l’assicuratore. Confcommercio contabilizza esplicitamente questa componente nella voce da 7,4 miliardi di euro denominata “altri costi della criminalità”, che comprende lesioni, assicurazioni e spese legali (Format Research, 2026).

4. Costo sul personale. Dopo un’aggressione, una rapina o un’intrusione con presenza di personale in sede, si registrano assenze, richieste di trasferimento e turnover. È il costo meno visibile e il più persistente, perché agisce su un orizzonte di mesi e si manifesta in voci di bilancio — selezione, formazione, sostituzioni — che nessuno riconduce all’evento originario.

La regola pratica che ne deriva è una sola: il costo atteso di un evento va stimato sull’intero ciclo, non sul valore del bene. Un’impresa che valuta un investimento di sicurezza confrontandolo con il solo danno diretto sta sistematicamente sottostimando il beneficio della misura.

Percezione contro dati: perché il 29% delle imprese vede peggiorare la sicurezza

Il 29% delle imprese del terziario di mercato dichiara un peggioramento delle condizioni di sicurezza nel 2025, e il 30,2% teme un’esposizione diretta a reati quali furti, truffe e attacchi informatici. Nel dettaglio delle preoccupazioni, i furti sono indicati dal 26% delle imprese, vandalismo e spaccate dal 24,1%, aggressioni e violenze dal 24,1%, le rapine dal 24%; il 22,8% segnala fenomeni di baby gang (Format Research, 2026).

Un capitolo a parte riguarda l’esposizione a usura ed estorsione. Secondo le rilevazioni dell’Ufficio Legalità e Sicurezza di Confcommercio, il timore di un’esposizione a usura ed estorsione riguarda il 22,2% degli imprenditori del terziario di mercato, con un’incidenza che sale al 25,6% nel Mezzogiorno; le imprese del commercio e dei pubblici esercizi classificate a rischio elevato sono circa 30.000, per 195.000 posti di lavoro regolari coinvolti e una perdita media di fatturato stimata nel 6,3% annuo (Confcommercio, Ufficio Legalità e Sicurezza).

Va evitato l’errore di trattare la percezione come un dato “soft” contrapposto ai numeri “hard”. La percezione di insicurezza produce effetti economici misurabili e autonomi rispetto agli eventi: riduzione degli orari di apertura, rinuncia a turni serali, difficoltà di reperimento del personale su determinate sedi, scelte di localizzazione. È, in altri termini, un costo che matura anche in assenza di reato. Abbiamo analizzato l’evoluzione di questo indicatore in un pezzo dedicato (Percezione di sicurezza: come è cambiata in 10 anni), e la lettura territoriale del fenomeno in un’analisi provincia per provincia (Criminalità verso le aziende italiane: un’analisi territoriale).

Cosa stanno già facendo le imprese, e dove sbagliano l’ordine delle priorità

Il dato sugli investimenti è, in apparenza, rassicurante: l’87,3% delle imprese ha adottato misure di sicurezza. Nel dettaglio, il 74% dispone di un impianto di videosorveglianza e il 55,5% di sistemi antifurto (Format Research, 2026).

Il confronto tra due numeri di questa stessa indagine restituisce però il vero problema. Da un lato quasi nove imprese su dieci hanno investito in sicurezza; dall’altro il costo dell’illegalità è cresciuto del 4,6% in un anno. La dotazione tecnologica, in altre parole, si è diffusa senza produrre una riduzione proporzionale del danno.

La spiegazione, nella nostra esperienza operativa, sta nell’ordine con cui le misure vengono adottate. La sequenza prevalente parte dalla tecnologia: si acquista l’impianto, e solo dopo — quando accade qualcosa — ci si interroga su chi lo guardi, chi risponda, con quali tempi e con quali procedure. Ne deriva una dotazione che documenta gli eventi anziché prevenirli.

La sequenza corretta è l’inversa, e si articola in cinque passaggi:

  1. Analisi del rischio. Identificazione degli asset critici, delle vie di accesso e degli scenari plausibili per quella specifica sede. Senza questo passaggio ogni scelta successiva è una congettura.
  2. Misure organizzative. Procedure di apertura e chiusura, gestione delle chiavi e delle deleghe, disciplina degli accessi di fornitori e visitatori, regole sulla movimentazione dei valori. Sono a costo marginale prossimo allo zero e producono la quota più alta di riduzione del rischio.
  3. Tecnologia. Impianti dimensionati sull’analisi, non sul catalogo, e — punto decisivo — collegati a una Centrale Operativa in grado di qualificare l’allarme e attivare la risposta.
  4. Presidio umano. Piantonamento fisso, vigilanza ispettiva o pronto intervento, scelti in funzione della frequenza del rischio e non dell’abitudine contrattuale.
  5. Verifica. Manutenzione programmata degli impianti, test periodici delle procedure, misurazione dei tempi di intervento. Un impianto non verificato ha, in sede di sinistro, lo stesso valore probatorio di un impianto assente.

Il punto 5 è quello che con maggiore frequenza viene omesso, ed è anche quello che vanifica i quattro precedenti.

Come si costruisce un budget di security difendibile: tre voci e un criterio

Un budget di sicurezza difendibile davanti a una direzione finanziaria si regge su tre voci e su un criterio unico di allocazione.

Voce 1 — Prevenzione. Impianti, licenze software, e soprattutto il contratto di manutenzione. Regola di impostazione: la manutenzione non è un accessorio del capex, è la condizione che ne preserva il valore. Un impianto senza contratto di verifica va considerato, dopo il terzo anno, un asset a efficacia ignota.

Voce 2 — Presidio. Ore di guardia particolare giurata, passaggi ispettivi, servizi fiduciari, collegamento alla Centrale Operativa. Va dimensionata sulle finestre temporali di reale esposizione — notti, festività, chiusure, picchi stagionali — e non distribuita uniformemente sul calendario.

Voce 3 — Risposta e ripristino. Pronto intervento, reperibilità, scorte di ricambio per il ripristino rapido, coperture assicurative. È la voce che comprime il costo di interruzione, cioè quello che nella maggioranza dei casi pesa di più.

Il criterio di allocazione è uno solo: costo atteso dell’evento = frequenza stimata × impatto complessivo, dove l’impatto complessivo comprende tutti e quattro gli strati descritti sopra. Una misura è giustificata quando il suo costo annuo è inferiore alla riduzione del costo atteso che produce. È un calcolo prudenziale, che richiede stime dichiarate e non certezze, ma ha il pregio di essere discutibile in modo trasparente — condizione necessaria perché una spesa di sicurezza sopravviva alla revisione di budget.

Sul fronte del contesto normativo, va segnalato che tra le proposte avanzate da Confcommercio nell’edizione 2026 dell’indagine figura l’introduzione di un credito d’imposta per gli investimenti in sicurezza (Format Research, 2026). È una variabile da monitorare in fase di pianificazione pluriennale, perché inciderebbe direttamente sul costo netto delle voci 1 e 2.

Tre domande da porsi prima di chiudere il budget 2027

  1. Qual è il costo di un giorno di fermo della nostra sede più critica? Se il numero non è disponibile, nessuna valutazione di investimento in sicurezza è possibile.
  2. Chi risponde, e in quanto tempo, a un allarme alle tre di notte del 27 dicembre? La risposta va verificata con un test, non desunta dal contratto.
  3. Quando è stata effettuata l’ultima verifica funzionale documentata degli impianti? Se la data non è nota, la dotazione tecnologica va considerata, ai fini del budget, un costo già sostenuto e non un presidio attivo.

In sintesi

Nel 2025 l’illegalità è costata alle imprese italiane del commercio e dei pubblici esercizi 41 miliardi di euro, in crescita del 4,6% sull’anno precedente. Di questi, circa 17 miliardi derivano da eventi — taccheggio, criminalità comune, attacchi informatici — su cui un piano di sicurezza incide direttamente. Quasi nove imprese su dieci hanno già investito in misure di protezione, ma il danno continua a crescere: il divario non si colma con più tecnologia, bensì con l’ordine corretto delle priorità e con la verifica sistematica di ciò che è già installato.

La sicurezza, in questa lettura, smette di essere una voce di costo da contenere e diventa ciò che effettivamente è: uno strumento di protezione del margine.


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Domande frequenti

Quanto costa la criminalità alle imprese italiane? Nel 2025 l’illegalità è costata 41 miliardi di euro alle imprese italiane del commercio e dei pubblici esercizi, mettendo a rischio 284.000 posti di lavoro regolari. Il dato era di 39,2 miliardi nel 2024 (Confcommercio–Format Research, «Legalità ci piace!» 2026).

Quali sono le voci di costo più rilevanti? Abusivismo commerciale (10,5 miliardi), abusivismo nella ristorazione (8,5), altri costi della criminalità inclusi assicurazioni e spese legali (7,4), taccheggio (5,4), contraffazione (5,0), cyber criminalità (4,2).

Quante imprese subiscono taccheggio? Il 62,3% delle imprese commerciali italiane, e il 19,8% lo subisce con frequenza quotidiana o plurisettimanale.

Quante imprese hanno investito in sicurezza? L’87,3% delle imprese ha adottato misure di sicurezza: il 74% dispone di videosorveglianza, il 55,5% di sistemi antifurto.

Come si calcola il ritorno di un investimento in sicurezza? Confrontando il costo annuo della misura con la riduzione del costo atteso dell’evento, dove il costo atteso è dato da frequenza stimata per impatto complessivo. L’impatto complessivo comprende danno diretto, fermo operativo, costi differiti (franchigie, premi, spese legali) e costi sul personale.

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