Sicurezza sul lavoro: rischi “security” (aggressioni, accessi non autorizzati, conflitti) e prevenzione

Quando si parla di sicurezza sul lavoro, il pensiero va quasi automaticamente ai rischi fisici legati alle attività produttive: cadute dall’alto, schiacciamenti, esposizione a sostanze pericolose. È la cultura del D.Lgs. 81/2008, che ha cambiato profondamente il modo in cui le aziende italiane gestiscono i rischi per i lavoratori. Ma c’è un’altra categoria di rischi che fatica ancora a trovare il suo posto nei Documenti di Valutazione dei Rischi aziendali: i rischi legati alla security, intesi come aggressioni fisiche e verbali, accessi non autorizzati, conflitti sul luogo di lavoro, furti e rapine.
Non si tratta di fenomeni residuali. Si tratta di situazioni che ogni anno coinvolgono decine di migliaia di lavoratori italiani, con conseguenze che vanno ben oltre il danno fisico immediato: traumi psicologici, assenteismo prolungato, turnover elevato, clima aziendale deteriorato. Eppure, nella maggior parte delle realtà produttive italiane, questi rischi vengono ancora affrontati in modo reattivo — quando succede qualcosa — piuttosto che con la stessa sistematicità riservata ai rischi tradizionali.
Un problema che i numeri rendono difficile ignorare
I dati disponibili sul tema sono frammentari, ma sufficientemente eloquenti. Secondo il rapporto EU-OSHA Third European Survey of Enterprises on New and Emerging Risks (ESENER-3), la violenza e le molestie sul posto di lavoro sono indicate dal 23% delle imprese europee come un rischio rilevante per i propri lavoratori, con punte che raggiungono il 40% nei settori sanità, istruzione e commercio al dettaglio. I primi risultati dell’edizione ESENER 2024 confermano la tendenza: il fenomeno è in crescita e rimane strutturalmente sottogestito.
In Italia, l’INAIL ha iniziato a tracciare specificamente gli infortuni da aggressione solo negli ultimi anni. I dati della Relazione annuale INAIL 2024 indicano che nel quinquennio 2019–2023 le denunce di infortuni da aggressione nel solo settore sanitario e assistenziale hanno superato le 12.000 unità — pari al 37,4% di tutti i casi registrati nell’intera gestione Industria e Servizi — con i casi del 2023 in aumento di quasi il 3% rispetto all’anno precedente. Numeri che gli stessi esperti INAIL considerano sottostimati, per effetto della cronica sottodenuncia.
Sul fronte dei furti e delle intrusioni in ambienti aziendali, i dati del settore retail offrono un’indicazione chiara del peso economico del fenomeno: secondo il Barometro sulla sicurezza nel retail 2025, le perdite da furto nella grande distribuzione italiana superano i 4 miliardi di euro annui, con l’84% delle catene che segnala un aumento significativo delle aggressioni — verbali o fisiche — al personale addetto alla vigilanza.
Tre categorie di rischio che spesso si sottovalutano
1. Le aggressioni al personale
Parlare di aggressioni al lavoro non significa parlare solo di episodi eclatanti come le rapine. La grande maggioranza degli eventi si consuma in modo meno visibile: insulti, minacce verbali, comportamenti intimidatori da parte di clienti, pazienti, utenti dei servizi. Una dinamica che in Italia viene ancora poco denunciata — soprattutto nel settore della cura e dell’assistenza — e che tende a normalizzarsi nel tempo, con effetti devastanti sul benessere dei lavoratori.
Il caso della sanità è emblematico. Secondo i dati del Ministero della Salute, nel 2025 sono state quasi 18.000 le aggressioni segnalate a danno di operatori sanitari e socio-sanitari nelle strutture pubbliche italiane, con oltre 23.000 operatori coinvolti. Un numero che, per stessa ammissione degli esperti, rappresenta solo la punta dell’iceberg rispetto agli eventi effettivamente accaduti.
Ma il fenomeno non riguarda solo gli ospedali. Negli ultimi anni si è registrato un aumento significativo degli episodi ai danni di operatori dei trasporti pubblici, degli sportelli bancari e postali, degli addetti alle casse nei supermercati. In tutti questi contesti, il lavoratore si trova in una posizione di potenziale conflitto con l’utente, senza strumenti adeguati di protezione fisica né una formazione specifica su come gestire le situazioni critiche.
2. Gli accessi non autorizzati
Un magazzino logistico con decine di varchi di carico e scarico, una struttura sanitaria con ingressi liberi h24, un sito industriale con personale di più aziende che si sovrappone ogni giorno: sono ambienti in cui il controllo degli accessi è strutturalmente complesso, e in cui la presenza di persone non autorizzate può passare inosservata per ore.
Le conseguenze di un accesso non autorizzato vanno dal furto di merce o attrezzature fino a rischi ben più gravi: sabotaggio, sottrazione di dati e documenti riservati, introduzione di sostanze pericolose, violenza contro il personale. In alcuni settori — farmaceutico, alimentare, difesa — l’accesso non controllato rappresenta anche un rischio di compliance normativa con conseguenze legali e reputazionali significative.
La valutazione del rischio in questo ambito richiede un’analisi dettagliata dei flussi di persone nell’arco delle 24 ore, la mappatura dei varchi critici e la definizione di procedure chiare per la gestione di visitatori, fornitori e personale temporaneo. Un’analisi che molte aziende non hanno mai condotto in modo sistematico.
3. I conflitti interni e il rischio da “insider threat”
Questa è la categoria meno discussa, ma forse la più insidiosa. Il rischio che deriva da lavoratori, ex dipendenti o collaboratori che — per ragioni di conflitto, rancore o interesse personale — arrecano danno all’azienda o a colleghi: sottrazione di materiali, sabotaggio di impianti, aggressioni fisiche o verbali ai danni di superiori o colleghi, fuga di informazioni riservate.
Il fenomeno è documentato a livello internazionale: secondo il 2024 Insider Threat Report di Cybersecurity Insiders, l’83% delle organizzazioni ha registrato almeno un incidente riconducibile a minacce interne nell’arco degli ultimi 12 mesi. Nella dimensione fisica — che è quella che ci riguarda — la gestione di questo rischio richiede procedure chiare per la revoca immediata degli accessi in caso di fine rapporto, protocolli per la segnalazione di comportamenti anomali e un presidio attivo degli ambienti sensibili.
Il quadro normativo: cosa dice la legge
Il D.Lgs. 81/2008, il Testo Unico sulla sicurezza sul lavoro, non distingue tra rischi di safety (infortuni e malattie professionali) e rischi di security. Il datore di lavoro è tenuto a valutare tutti i rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori, e questo include esplicitamente i rischi derivanti da aggressioni da parte di terzi.
Sul tema della violenza nei confronti dei lavoratori, l’INAIL ha pubblicato apposite linee guida per la valutazione e gestione del rischio aggressione che forniscono indicazioni operative per i diversi settori. La Legge 113/2020 ha introdotto maggiori tutele specifiche per il personale sanitario e socio-sanitario. L’Accordo Quadro Europeo sulle molestie e la violenza sul lavoro del 2007, recepito in Italia, impone alle aziende di adottare misure preventive adeguate e di dotarsi di una dichiarazione esplicita che tali comportamenti non sono tollerati.
La responsabilità del datore di lavoro è dunque piena. Non basta non fare nulla di sbagliato: la legge impone di fare qualcosa di giusto, in modo documentato e misurabile.
Come si costruisce un sistema di prevenzione efficace
Non esiste un modello universale, ma esistono principi consolidati che si applicano a qualsiasi contesto produttivo.
Analisi del rischio dedicata. Il punto di partenza è una valutazione specifica dei rischi security, distinta da quella dei rischi tradizionali. Questa analisi deve mappare le vulnerabilità fisiche dell’ambiente di lavoro, i flussi di persone, le situazioni di potenziale conflitto, le aree esposte ad accessi non controllati.
Controllo degli accessi strutturato. Varchi presidati o controllati elettronicamente, procedure per la gestione dei visitatori, revoca tempestiva dei badge in caso di cessazione del rapporto di lavoro, separazione fisica tra aree aperte al pubblico e aree riservate. Misure apparentemente ovvie, ma che nella pratica vengono spesso disattese.
Presidio fisico qualificato. In contesti ad alta esposizione — pronto soccorso, sportelli aperti al pubblico, siti produttivi notturni, aree di carico e scarico — la presenza di personale di sicurezza specializzato (Guardie Particolari Giurate) rappresenta uno strumento di prevenzione attiva, non solo di deterrenza. La guardia che sa riconoscere i segnali di una situazione che sta degenerando, e sa come gestirla prima che esploda, vale più di qualsiasi telecamera.
Formazione del personale. I lavoratori esposti a rischio aggressione devono essere formati: come riconoscere le situazioni di escalation, come rispondere in modo de-escalativo, quando e come allertare il supporto esterno. Questa formazione deve essere pratica, non teorica, e deve essere aggiornata periodicamente. Le indicazioni operative della Raccomandazione ministeriale n. 8 del Ministero della Salute — aggiornata nel 2025 e ora estesa a tutto il personale di supporto e front office, non solo al personale sanitario in senso stretto — forniscono un riferimento utile anche per contesti extra-sanitari.
Sistemi tecnologici integrati. Videosorveglianza attiva (non solo registrazione passiva), allarmi collegati a una centrale operativa presidiata, sistemi di controllo accessi con tracciamento. La tecnologia da sola non basta, ma integrata con il presidio umano e con procedure operative chiare, moltiplica l’efficacia del sistema complessivo.
Procedure di segnalazione e supporto post-evento. Cosa succede dopo un episodio di aggressione? Il lavoratore sa chi chiamare, cosa fare, quali tutele ha? L’azienda ha un protocollo per la gestione dell’evento e per il supporto psicologico alla vittima? Questi aspetti sono spesso completamente assenti nei DVR aziendali.
La sicurezza sul lavoro nel senso più ampio del termine — quella che include anche i rischi security — è ancora un cantiere aperto per la maggior parte delle imprese italiane. Non per mancanza di strumenti normativi: la legge c’è, ed è chiara. Ma perché questa categoria di rischi fatica a essere percepita come sistematica, misurabile e gestibile con lo stesso rigore che si applica ai rischi fisici tradizionali.
Il punto di svolta sta nella consapevolezza: sapere che un lavoratore aggredito non è solo una sfortuna, ma il segnale di un sistema di prevenzione che ha fallito. E che costruire un ambiente di lavoro sicuro — davvero sicuro, per tutte le persone che ci lavorano — è una responsabilità che non ammette zone grigie.
G4 Vigilanza supporta le aziende nella valutazione e gestione dei rischi security, con servizi integrati di vigilanza, controllo accessi, presidio fisico e consulenza (G4 Security Advice). Se vuoi un’analisi delle vulnerabilità del tuo sito produttivo o della tua struttura, contattaci: il primo sopralluogo è gratuito.