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Aggressioni agli operatori sanitari: che cosa funziona davvero nella prevenzione

Nel 2025 le strutture sanitarie italiane hanno segnalato 17.956 aggressioni al proprio personale, con 23.367 operatori coinvolti. Le segnalazioni sono in lieve calo rispetto al 2024, gli aggrediti in aumento. Sette episodi su dieci sono verbali, uno su quattro è fisico. Letti insieme alle altre fonti disponibili, dalle denunce raccolte dal Ministero dell’Interno ai dati regionali e a un’indagine europea uscita all’inizio di ottobre, questi numeri mettono in crisi due convinzioni diffuse: che il rischio si concentri di notte e che la risposta sia una guardia in più davanti al triage. Il pronto soccorso resta il punto più esposto. Il problema però è più largo, e chiede misure diverse per luoghi e orari diversi.

I numeri del 2025 e come vanno letti

La fonte di riferimento è la relazione annuale dell’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie (ONSEPS), l’organismo previsto dalla legge 113/2020 e insediato presso il Ministero della Salute (Ministero della Salute, Relazione ONSEPS, anno 2025). Nel 2025 le Regioni hanno trasmesso 17.956 segnalazioni, contro le 18.392 dell’anno precedente. Gli operatori coinvolti sono saliti invece da circa 22.000 a 23.367, perché un singolo episodio può colpire più persone.

La distribuzione per professione segue la prossimità al paziente. Infermieri 55%, medici 16%, operatori socio-sanitari 11%. Il restante 12% comprende il personale amministrativo e di front office (3%) e una voce che riguarda da vicino il nostro settore: vigilanti, soccorritori e altre figure di supporto, il 9%. Oltre il 60% delle segnalazioni riguarda donne, in un Servizio sanitario nazionale in cui le donne superano il 65% degli addetti. Il 69% degli episodi è verbale, il 25% fisico, il 6% è diretto contro beni e attrezzature.

L’Osservatorio stesso chiede cautela. La segnalazione è volontaria, quindi una Regione con più segnalazioni spesso ha soltanto un sistema di rilevazione migliore. Il privato accreditato pesa appena il 3% delle segnalazioni, in calo dal 5% del 2024, e per i redattori della relazione è il segno di una sensibilizzazione ancora bassa. Chi gestisce una clinica privata non dovrebbe leggerlo come un dato rassicurante; ne avevamo scritto a luglio, a proposito della sicurezza di farmacie e cliniche private.

Due fonti indipendenti, raccolte nella stessa relazione, danno l’ordine di grandezza. La prima è il Ministero dell’Interno, che conta i reati. Negli ospedali le lesioni personali gravi a danno di personale sanitario sono passate da 16 casi nel 2022 a 509 nel 2025 (dato non ancora consolidato), e le persone denunciate o arrestate per il reato specifico dell’art. 583-quater del codice penale sono salite da 428 a 1.096 in un anno. Una parte della crescita viene dalle norme: dal 2024 queste lesioni sono procedibili d’ufficio e, da ottobre dello stesso anno, l’arresto in flagranza è obbligatorio. La seconda fonte è l’INAIL. Nel solo comparto dell’assistenza sanitaria, gli infortuni riconosciuti per violenza o minaccia da parte di persone esterne all’azienda sono stati 617 nel 2022, 576 nel 2023 e 540 nel 2024.

Da quasi diciottomila segnalazioni a poco più di cinquecento infortuni riconosciuti. La grande maggioranza degli episodi non lascia un certificato medico, e per questo sfugge a chi guarda solo gli indici infortunistici. Gli effetti, ricorda la Raccomandazione ministeriale n. 8, vanno ben oltre il danno fisico.

Il rischio segue l’affollamento, non il buio

Le aree più critiche indicate dall’Osservatorio sono note a chiunque lavori in ospedale: pronto soccorso, servizi psichiatrici di diagnosi e cura (SPDC), reparti di degenza. Meno noto è il dato temporale. La maggior parte degli episodi avviene nei giorni feriali, con picchi al mattino e al pomeriggio. Per la relazione il dato suggerisce che il rischio non aumenta in modo significativo nei giorni e nelle ore in cui l’organico è ridotto.

Un’indagine pubblicata il 5 ottobre arriva allo stesso punto da un’altra strada. Il progetto europeo Brave-WoW, coordinato per l’Italia dall’Istituto Superiore di Sanità, ha interrogato 2.149 operatori di 14 strutture italiane, su un campione complessivo di oltre 4.600 professionisti in quattro Paesi. Il fattore associato più spesso a violenza e molestie è il sovraccarico di lavoro con il sovraffollamento, indicato dal 54,3% del campione; i turni notturni vengono dopo (Agenzia Nova, 5 ottobre 2026).

Per chi organizza la sicurezza è un’indicazione molto concreta. Un presidio pensato soprattutto per la notte, con una guardia in più dalle 22 alle 6 e la copertura minima di giorno, rischia di proteggere le ore sbagliate. Il punto di partenza dovrebbe essere la curva degli accessi al pronto soccorso per fascia oraria, incrociata con le segnalazioni della struttura. Dove si allunga l’attesa, lì serve presenza.

C’è poi un secondo spostamento, meno visibile. In Emilia-Romagna, che pubblica un rapporto regionale dedicato, la quota di segnalazioni provenienti dai servizi territoriali è passata dal 21,3% al 29,6% tra il 2024 e il 2025, mentre quella dei pronto soccorso è scesa dal 20,6% al 18,8% (Regione Emilia-Romagna, Aggressioni agli operatori sanitari, rapporto 2024-2025). Case di comunità, continuità assistenziale, servizi per le dipendenze, assistenza domiciliare. Sono luoghi in cui un operatore lavora spesso da solo, di sera, senza un collega nella stanza accanto. Una guardia fissa in ogni sede è raramente sostenibile. Il problema da risolvere è un altro: sapere subito che qualcuno è in difficoltà e mandare aiuto in pochi minuti.

Violenza verbale e violenza fisica: due problemi, due risposte

Trattare insieme il 69% di aggressioni verbali e il 25% di aggressioni fisiche porta a sbagliare le misure.

L’aggressione verbale nasce quasi sempre da un’attesa che il paziente o il familiare non capisce. La Raccomandazione n. 8 mette tra i fattori di rischio le lunghe attese nelle aree di emergenza, la mancata conoscenza dei tempi e dell’organizzazione del sistema sanitario, l’accesso senza controllo dei visitatori (Ministero della Salute, Raccomandazione n. 8, aggiornamento 2026). Su questi fattori una guardia agisce poco. Agiscono di più un’informazione chiara sui tempi, un addetto all’ingresso che filtra e orienta, un personale capace di riconoscere i segnali di escalation e di abbassare la tensione.

Con l’aggressione fisica cambia tutto. Quando l’operatore preme un pulsante conta una cosa sola: chi arriva, e in quanto tempo. La Raccomandazione descrive la sequenza. La de-escalation, se funziona, produce effetto nell’arco di pochi minuti; se non funziona si chiede aiuto ai colleghi e al personale di sicurezza; nei casi a grave rischio si allertano le forze dell’ordine. È una catena a tre anelli, e va progettata e provata come si prova un piano di evacuazione, con tempi misurati.

Dentro quella catena il personale di sicurezza è anche un bersaglio, come dice il 9% delle segnalazioni. La legge ne ha preso atto. Il D.L. 137/2024, convertito dalla legge 171/2024, ha esteso la tutela penale rafforzata dell’art. 583-quater a chi lavora nei servizi di sicurezza complementare del settore sanitario, ha reso obbligatorio l’arresto in flagranza e ha introdotto la reclusione da uno a cinque anni per chi, con violenza o minaccia, danneggia beni destinati al servizio sanitario (Normattiva, D.L. 1° ottobre 2024, n. 137, testo consolidato).

Che cosa chiede la Raccomandazione n. 8 aggiornata

Il 12 marzo, insieme alla relazione ONSEPS, il Ministero ha pubblicato l’aggiornamento della Raccomandazione n. 8, il documento del 2007 che orienta le aziende sanitarie nella prevenzione degli atti di violenza (Quotidiano Sanità, 12 marzo 2026). Due novità interessano direttamente chi si occupa di security.

La prima riguarda il perimetro. La nuova versione si rivolge in modo esplicito a tutti gli operatori, compresi front office, CUP e mansioni ausiliarie come pulizia e vigilanza. La seconda riguarda la governance. Ogni azienda e ogni struttura deve costituire un gruppo di lavoro con direzione sanitaria, responsabile del servizio di prevenzione e protezione, risk manager, medico competente e rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza. Tra le figure da aggiungere, compatibilmente con l’organizzazione, il testo elenca un rappresentante del servizio di vigilanza. Chi presidia gli ingressi e risponde agli allarmi entra così nel luogo in cui si decidono le misure, invece di riceverle a cose fatte. Conviene sfruttarlo: il servizio di vigilanza ha i dati su chiamate, tempi di intervento e falsi allarmi, che in azienda nessun altro raccoglie. Il gruppo deve anche portare il rischio di violenza nel documento di valutazione dei rischi, come qualsiasi altro rischio security sul lavoro.

Sulle misure, il documento distingue azioni strutturali e tecnologiche, organizzative e formative. La tabella raccoglie quelle che toccano la sicurezza fisica, con la domanda da porsi in sede di verifica.

Ambito Che cosa indica la Raccomandazione La domanda da fare oggi
Allarmi Pulsanti antipanico, allarmi portatili, telefoni e ponti radio nei luoghi a rischio elevato, con un sistema di pronto intervento garantito Chi riceve l’allarme a ogni ora del giorno, e in quanti minuti arriva qualcuno?
Videosorveglianza Impianti a circuito chiuso con registrazione sulle 24 ore nelle aree a rischio elevato; bodycam dove possibile, nel rispetto della normativa sulla privacy Le immagini del triage e della sala d’attesa permettono di riconoscere un volto?
Metal detector Fissi o portatili, quando le segnalazioni lo suggeriscono e su indicazione degli organi di sicurezza C’è un’analisi che ne giustifichi l’uso, o è la risposta all’ultimo episodio?
Spazi d’attesa Ambienti confortevoli, avvisi sul sovraffollamento, informazioni chiare sui tempi Chi aspetta sa quanto aspetterà, e perché?
Accessi Pass per i visitatori in pronto soccorso e pediatria, serrature idonee per stanze di visita e locali del personale Quante persone non registrate si trovano adesso nelle aree cliniche?
Illuminazione Luce sufficiente all’interno e all’esterno, parcheggi compresi Il tragitto dal parcheggio all’ingresso del personale è illuminato e visibile?
Formazione Percorsi anche ECM su segnali di pericolo e gestione dei pazienti aggressivi; per il personale di sicurezza, formazione specifica sulle tecniche per disinnescare le situazioni ostili Le guardie in servizio hanno fatto formazione sulla de-escalation insieme al personale di reparto?
Monitoraggio Banca dati degli episodi, registro dei mancati infortuni (near miss), programma annuale delle misure Chi legge le segnalazioni, e ogni quanto?

Misure della Raccomandazione ministeriale n. 8 (aggiornamento 2026) con impatto sulla sicurezza fisica. Elaborazione G4 Vigilanza.

Sulla videosorveglianza il testo arriva a scrivere che la sicurezza è da considerare prioritaria rispetto alla privacy. In fase di progetto conviene leggere questa frase come un criterio di priorità, perché le regole restano in vigore. Il Regolamento europeo sulla protezione dei dati e l’art. 4 dello Statuto dei lavoratori continuano ad applicarsi: un impianto che inquadra anche il personale richiede l’accordo sindacale o l’autorizzazione dell’Ispettorato del lavoro, e le immagini vanno conservate per un tempo proporzionato alla finalità (Garante per la protezione dei dati personali, FAQ sulla videosorveglianza). Le bodycam seguono le stesse regole. Il Veneto ha approvato nel marzo 2025 un piano da 4 milioni di euro per circa 7.000 dispositivi tra bodycam e braccialetti di allarme, con registrazioni conservate per sette giorni e consultabili solo da azienda, forze dell’ordine e magistratura (Il Post, 13 marzo 2025). Al Policlinico di Catania, dal 10 agosto, la bodycam attivata dal personale del pronto soccorso fa scattare anche una sirena e mostra l’area dell’emergenza agli addetti alla sicurezza (LiveUniversity, 10 agosto 2026). È il dettaglio che decide il valore del dispositivo: una telecamera indossata che non avvisa nessuno serve soltanto a ricostruire l’aggressione a posteriori.

Che cosa dice la ricerca, e che cosa non dice

Chi cerca prove solide sull’efficacia delle singole misure ne trova meno di quanto ci si aspetterebbe. Una revisione sistematica sugli interventi nei pronto soccorso, pubblicata nel 2021 da un gruppo del centro universitario di Amburgo-Eppendorf, ha individuato 15 studi pubblicati tra il 2010 e il 2021, di cui solo due di qualità alta (Wirth et al., International Journal of Environmental Research and Public Health, 2021). Ne escono tre indicazioni utili per chi decide.

La formazione migliora conoscenze e sicurezza percepita, ma l’effetto si consuma. In uno degli studi la riduzione degli episodi violenti si osservava solo quando l’ultimo corso risaliva a non più di 90-150 giorni prima. Un corso una tantum serve a poco; servono richiami ravvicinati, e sulla formazione interna alla gestione security vale lo stesso principio.

I programmi che hanno ridotto gli episodi in modo misurabile combinano più misure: segnaletica, sopralluoghi, videosorveglianza, briefing di turno, analisi dopo ogni episodio. In uno dei casi analizzati gli atti violenti dichiarati sono scesi da 24,8 a 9,5 ogni 1.000 ricoveri dopo un intervento multicomponente.

Guardie e metal detector, infine, non sono stati valutati da nessuno degli studi inclusi. Mancano gli studi, quindi la loro efficacia va misurata sul campo, struttura per struttura, invece di essere data per acquisita.

L’indagine Brave-WoW aggiunge il punto di vista di chi lavora in reparto. Solo il 31,9% degli operatori riconosce misure di prevenzione visibili nella propria struttura, e il 39,2% ritiene che l’organizzazione risponda in modo efficace alle segnalazioni. Una misura che il personale non vede, o di cui non si fida, non genera segnalazioni. E senza segnalazioni non si calibra nulla.

Il presidio graduato: quando serve una guardia giurata e quando no

Il criterio è la graduazione. Le aree di una struttura sanitaria non hanno lo stesso profilo di rischio, e lo stesso reparto non ha lo stesso rischio alle 11 del mattino e alle 3 di notte. Militarizzare l’ospedale, con guardie armate in ogni corridoio, costa molto e non tocca la parte verbale del fenomeno, che è la più ampia. Lasciarlo scoperto è peggio. In mezzo c’è un progetto.

Prima vanno distinte le figure. La guardia particolare giurata è nominata con approvazione del prefetto, può essere armata e svolge il piantonamento o le ronde secondo un mansionario concordato con la struttura. L’operatore fiduciario lavora disarmato e si occupa di accoglienza, informazione e filtro degli accessi; la divisa ha già un effetto deterrente, ma i compiti restano diversi. Nei capitolati le due figure vanno descritte separatamente, con mansioni, orari e postazioni distinti. Usare l’una al posto dell’altra per contenere il costo orario lascia scoperto proprio il rischio che si voleva coprire.

Livello Contesti tipici Rischio prevalente Presidio umano Tecnologia Da scrivere nel capitolato
1 Poliambulatori diurni, CUP, sportelli aperti al pubblico Verbale, legato a code e pagamenti Accoglienza e portierato con operatore fiduciario Pulsante antiaggressione fisso collegato alla Centrale Operativa, videosorveglianza delle aree comuni Tempo massimo di arrivo del pronto intervento
2 Case di comunità, continuità assistenziale, servizi per le dipendenze, assistenza domiciliare Operatore solo, spesso di sera Ronde ispettive e pronto intervento su allarme Allarme portatile con geolocalizzazione, guardia remota con audio e video bidirezionali Fasce orarie coperte, procedura di verifica dell’allarme, prove periodiche dei dispositivi
3 Degenze, geriatria, pediatria, ingressi ospedalieri Familiari e visitatori, accessi fuori orario Operatore fiduciario agli ingressi, guardia giurata in ronda interna nelle fasce critiche Controllo accessi e pass visitatori, allarmi portatili per il personale Orari di visita presidiati, gestione dei visitatori fuori orario
4 Pronto soccorso, SPDC Verbale e fisico; pazienti alterati da alcol o sostanze; attese lunghe Guardia giurata in piantonamento sulle 24 ore, rinforzata nelle fasce di picco degli accessi, operatore fiduciario all’ingresso Videosorveglianza progettata per l’identificazione, allarmi fissi e portatili, stanza dedicata per i pazienti agitati, metal detector solo se l’analisi lo giustifica Coordinamento scritto con il posto di polizia dove presente, formazione congiunta con il personale sanitario

Schema di presidio graduato per strutture sanitarie. Elaborazione G4 Vigilanza sulle misure della Raccomandazione n. 8.

Il livello si assegna area per area, sulla base delle segnalazioni e dei flussi di accesso, e si rivede ogni anno. Un pronto soccorso di un ospedale di provincia e il DEA di un grande ospedale metropolitano possono stare entrambi al livello 4 con presidi molto diversi per numero di addetti e fasce coperte.

Dove la questura ha istituito un posto fisso di polizia, come consente il D.L. 34/2023 per le strutture dotate di reparto di emergenza-urgenza, il presidio privato va organizzato attorno a quello di polizia, con compiti distinti. La legge 113/2020 prevede che le strutture sanitarie stipulino protocolli operativi con le forze di polizia per garantirne l’intervento tempestivo. Un protocollo scritto che stabilisca chi interviene per primo, chi chiama chi e chi custodisce le immagini evita sovrapposizioni proprio nei minuti che contano.

In G4 Vigilanza lavoriamo su questo schema nelle strutture sanitarie che serviamo. Nel 2024 erano 97 postazioni, presidiate da 243 addetti tra guardie giurate e operatori fiduciari, per 542.520 ore di servizio (brochure G4 Speciale Sanità). Il servizio va dai presidi ospedalieri delle ASST di Melegnano e della Martesana, di Pavia e di Lodi alle case di comunità e alle guardie mediche, fino al Policlinico di Bari e agli ospedali della ASL di Bari (Specialisti in strutture sanitarie). Lo stesso presidio può svolgere anche i compiti della squadra antincendio. Le tecnologie dello schema sono collegate alla Centrale Operativa: l’allarme antiaggressione, attivabile da pulsante fisso o da dispositivo portatile con GPS, arriva agli operatori, che assegnano l’intervento alla pattuglia più vicina e allertano le forze dell’ordine; la guardia remota collega una postazione della struttura con la sala di controllo attraverso un monitor con audio e video bidirezionali.

Progettare gli spazi dell’attesa

Gli spazi sono la leva che richiede più coordinamento, perché coinvolge l’ufficio tecnico oltre al fornitore di sicurezza. La Raccomandazione chiede di valutare i progetti di nuove costruzioni e di modifica delle strutture esistenti in funzione della riduzione dei fattori di rischio. In un sopralluogo su un’area di emergenza guardiamo prima di tutto cinque cose.

  • Visibilità reciproca. Dal triage si deve vedere l’intera sala d’attesa, e la guardia deve stare dove vede insieme l’ingresso e il bancone. Colonne, distributori automatici e pannelli divisori creano angoli ciechi in cui la tensione cresce senza che nessuno se ne accorga.
  • Vie d’uscita per il personale. Dietro il bancone di triage e nelle stanze di visita l’operatore deve poter uscire senza passare accanto alla persona agitata. Le serrature dei locali riservati al personale, richiamate dalla Raccomandazione, servono a questo.
  • Informazione sui tempi. Un monitor che indica lo stato dell’attesa per codice di priorità risponde a «quanto devo aspettare?» prima che la domanda arrivi al bancone per la terza volta. La Raccomandazione suggerisce anche avvisi sul sovraffollamento in corso.
  • Arredi e stanze dedicate. Niente oggetti che possano essere usati come arma nelle aree di colloquio con pazienti a rischio di crisi; una stanza dedicata per chi arriva agitato, sotto effetto di alcol o sostanze o in stato di fermo.
  • Percorsi esterni. Parcheggi, camminamenti e ingresso del personale illuminati e inquadrati, con particolare attenzione ai cambi turno serali.

Poi c’è la videosorveglianza, che dal 2024 ha un compito in più. Il D.L. 137/2024 consente l’arresto in flagranza differita per i reati commessi nelle strutture sanitarie: quando non si può arrestare subito, per ragioni di sicurezza o per non interrompere il servizio, l’arresto è possibile entro 48 ore sulla base di documentazione videofotografica che attesti il fatto in modo inequivocabile. Un impianto progettato per la panoramica, con telecamere ad ampio angolo sul soffitto della sala d’attesa, mostra che cosa è successo ma raramente consente di riconoscere chi. All’ingresso e al bancone del triage servono inquadrature progettate per l’identificazione, con la densità di pixel sul bersaglio che la norma IEC 62676-4, aggiornata nel 2025, associa a ciascun livello di dettaglio. È una scelta di progetto da fare con l’installatore della videosorveglianza, prima che serva. Per le aziende sanitarie che rientrano nel perimetro della NIS2, telecamere e videoregistratori collegati in rete vanno anche inventariati tra gli apparati dei sistemi informativi.

Che cosa misurare dopo

Un programma di prevenzione che non misura i propri risultati finisce per essere giudicato sull’ultimo episodio di cronaca. Gli indicatori che proponiamo ai gruppi di lavoro sono sei.

  1. Segnalazioni ogni 1.000 accessi, per area e fascia oraria. Nei primi mesi di un programma è normale che aumentino: il personale ha ricominciato a segnalare, e il dato va spiegato alla direzione prima che venga letto come un peggioramento.
  2. Mancati infortuni registrati. Il registro dei near miss è previsto dalla Raccomandazione e anticipa i problemi: dice dove la tensione cresce prima che qualcuno si faccia male.
  3. Tempo dall’allarme all’arrivo sul posto, ricavato dai registri della Centrale Operativa, con il dettaglio per fascia oraria e per sede. È il numero che dice se la catena di risposta funziona.
  4. Prove periodiche di pulsanti e allarmi portatili, con l’esito. Un pulsante che non trasmette è peggio dell’assenza di un pulsante, perché crea un affidamento falso; è lo stesso principio della manutenzione degli impianti di sicurezza.
  5. Personale formato negli ultimi dodici mesi, guardie comprese, sul totale del personale esposto.
  6. Riscontro alle segnalazioni: quante hanno ricevuto una risposta dall’azienda, e in quanti giorni. Con quel 39,2% di Brave-WoW come termine di confronto.

Valutare il rischio aggressioni in un presidio sanitario G4 Vigilanza esegue un sopralluogo sul presidio, analizza segnalazioni e flussi di accesso per area e fascia oraria e propone un presidio graduato, con le figure, le tecnologie e i tempi di intervento da scrivere nel capitolato. Allarmi antiaggressione e guardia remota sono gestiti dalla Centrale Operativa, attiva 24 ore su 24 e certificata UNI CEI EN 50518 (Certificazioni G4 Vigilanza). La valutazione non sostituisce il documento di valutazione dei rischi, che resta in capo all’azienda sanitaria. Scopri i servizi per le strutture sanitarie · Richiedi una valutazione


Domande frequenti

Quante aggressioni agli operatori sanitari ci sono state in Italia nel 2025? Secondo la relazione ONSEPS del Ministero della Salute, nel 2025 sono state segnalate 17.956 aggressioni, che hanno coinvolto 23.367 operatori. Nel 2024 le segnalazioni erano state 18.392. Il 69% degli episodi è verbale, il 25% fisico, il 6% contro beni e attrezzature. La segnalazione è volontaria, quindi il dato reale è con ogni probabilità più alto.

Dove e quando avvengono più spesso le aggressioni in sanità? In ambito ospedaliero, soprattutto in pronto soccorso, nei servizi psichiatrici di diagnosi e cura e nei reparti di degenza. La maggior parte degli episodi avviene nei giorni feriali, con picchi al mattino e al pomeriggio. In Emilia-Romagna la quota di episodi nei servizi territoriali è salita dal 21,3% al 29,6% tra il 2024 e il 2025.

Che cosa prevede la Raccomandazione n. 8 aggiornata? È il documento ministeriale per la prevenzione della violenza contro gli operatori sanitari, aggiornato nel 2026. Si applica a tutti gli operatori, compresi front office e vigilanza, prevede un gruppo di lavoro aziendale con un rappresentante del servizio di vigilanza e indica misure strutturali, tecnologiche, organizzative e formative: allarmi con pronto intervento garantito, videosorveglianza nelle aree a rischio, controllo dei visitatori, informazione sui tempi di attesa, registro dei mancati infortuni.

Che cosa rischia chi aggredisce un operatore sanitario? L’art. 583-quater del codice penale prevede la reclusione da due a cinque anni per le lesioni al personale sanitario e socio-sanitario, con pene più alte per le lesioni gravi e gravissime, e il reato è procedibile d’ufficio. Dal D.L. 137/2024 l’arresto in flagranza è obbligatorio ed è possibile anche in flagranza differita, entro 48 ore, sulla base di documentazione videofotografica. Il danneggiamento con violenza o minaccia di beni destinati al servizio sanitario è punito con la reclusione da uno a cinque anni.

Serve una guardia giurata armata in pronto soccorso? Dipende dalla valutazione del rischio della singola struttura. La Raccomandazione n. 8 non prescrive guardie armate: chiede un sistema di pronto intervento in caso di allarme e un presidio delle forze dell’ordine dove possibile. In un pronto soccorso con molti accessi un piantonamento sulle 24 ore è spesso giustificato, mentre per poliambulatori e servizi territoriali sono più adatti accoglienza, allarmi collegati a una centrale operativa e pronto intervento.

Le telecamere in ospedale possono riprendere anche il personale? Sì, alle condizioni dell’art. 4 dello Statuto dei lavoratori: serve un accordo con le rappresentanze sindacali o, in mancanza, l’autorizzazione dell’Ispettorato del lavoro. Valgono anche i principi del Regolamento europeo sulla protezione dei dati, come l’informativa con i cartelli e una conservazione delle immagini proporzionata alla finalità.

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